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 Parole in Viaggio Riduci
 
E lì, seduto, con gli occhi pieni di sonno, la testa carica di treno, le membra intorpidite e sfrante dallo squassamento massacrante di diecimila chilometri di rotaie già percorsi, vidi, molto prima di arrivare a Zha lan Tun, per la prima volta la Cina, e fu come l’avevo immaginata (fatto raro che di solito non accade, e tanto più raro in quanto era un inganno). Fuori dal finestrino scorreva una Cina che di lì a poco scomparve quasi per sempre: non vera, una specie di Cina della pittura.
Nuvolette di nebbia candida sostavano a mezz’aria, ricoprendo morbidamente non grandi vallette chiuse in un gioco di quinte da montagnole rocciose, aride ma molto colorate, che si rivelavano prospetticamente man mano che il treno scivolava lungo le sponde di un fiume non grande ma come fermo, cristallizzato. Quella nebbia leggera s’andava man mano diradando rivelando la luce, la serenità celeste dell’aria e un terreno con molti toni di verde, di bruno e di marrone, ricoperto qua e là da alberi da frutto. Il sole scintillava nelle foglie che s’andavano asciugando nella brina…’la stagione della brina fredda’, secondo il calendario cinese dettagliatamente agricolo, pur essendo appena cominciato Settembre. Ma in quelle zone della Manciuria era già un miracolo (miracolo cinese) se non c’era più la gelida steppa siberiana di qualche ora prima. Ma anche questo miracolo, questo incanto più letterario che reale durò poco. Già poco prima di Zha Lan Tun cominciò la pianura mancese e l’ossessione del piano, del piatto, dell’infinito orizzontale che non mi avrebbe più abbandonato per tutta la Cina che ho potuto vedere. Per trovare qualcosa di verticale era più conveniente per gli occhi cercare dentro, all’interno della carrozza-ristorante dove almeno lo sguardo trovava un confine nelle pareti tremolanti, nelle tendine bianche ai finestrini, che i cinesi continuamente richiudevano quando io le aprivo per guardare fuori, quasi a farmi un favore, giustamente non comprendendo come si potesse avere il desiderio di farsi venire il mal di mare, mal d’oceano, il mal di Manciuria. No, per loro non c’era niente da guardare fuori, anzi l’esterno andava chiuso, evitato.
Non ho mai visto un cinese guardare fuori da un finestrino per più di qualche secondo. Anche Bashir non guardava mai fuori. Ma lui, studente che doveva fare due volte l’anno tutta quella Manciuria per andare da casa a scuola e da scuola a casa, ne aveva fin troppo di quel paesaggio.  Preferiva guardare attentamente i due finlandesi con cui stava sempre al ristorante, divorandoseli con gli occhi, intento nel duro lavoro di comprendere il più possibile come sono fatti due studenti occidentali, lui che il loro mondo probabilmente non l’avrebbe visto mai, che poteva soltanto immaginarlo.
 
E’ con questo brano tratto dal libro In Transiberiana, di Angelo Maria Pellegrino, Stampa Alternativa, 1991, Pagg. 37-39 che inauguriamo la sezione Parole in Viaggio di TIV.

Alle pagine che ormai fanno parte della letteratura vorremmo alternare i racconti, le impressioni che un viaggio in treno, o anche l'ambiente variopinto e in movimento di una stazione ferroviaria ha suscitato in voi lettori. 

Scriveteci seguendo le istruzioni che trovate nella sezione Redazione/Collabora.

 

 

 

 

Francia-Italia, la ferrovia della discordia

Vi invitiamo alla lettura del bel racconto dello scrittore e giornalista Alessandro Marzo Magno pubblicato da LINKIESTA  (24 aprile 2011) all'indirizzo: 

http://www.linkiesta.it/francia-italia-ferrovia-della-discordia

Una ricostruzione del progetto per la realizzazione della linea ferroviaria Cuneo-Ventimiglia che, con un percorso che si snoda tra monti e mare, rimane uno tra i più affascinanti percorsi ferroviari europei.

Segnalazione: in calce al testo,  i link esterni ai video presenti su YouTube, offrono la possibilità di  compiere un viaggio virtuale sulla Cuneo Ventimiglia.

 

 

 

 

 

Partenze

Che cos’è questo odore di partenza
che avvolge i nostri petali vibranti
nel polline fumoso dell’assenza
e segna l’ora cupa dei rimpianti,

quando il tempo si muta in un gabbiano
che getta la sua ombra sugli oggetti?
Così il mondo è l’impronta di una mano
sopra un treno, l’emorragia d’affetti

che deraglia oltre l’ultimo vagone,
lasciando sul binario un luccichio.
È questa la speranza che m’impone

la lotta luminosa con l’oblio,
perché del mio saluto alla stazione
sia eco il fischio muto del tuo addio.

                      Alessandro Nannini

 

Siamo lieti di ospitare su TIV questo impeccabile componimento di Alessandro Nannini, vincitore dell'edizione 2006 del Premio di Poesia "Diego Valeri".

 Segue una sua breve nota biografica:

"Mi chiamo Alessandro Nannini e nasco ventisei inverni fa, di febbraio, il primo del mese, a Faenza (RA). Il virus poetico inizia ad affliggermi molto presto, con fitte ora più intense ora più blande. Mi interesso di filosofia e conseguo la laurea magistrale nel 2009 con una tesi sull’arte e la metafora del mondo. Nel 2010 mi laureo alla magistrale di Antropologia culturale ed Etnologia, sempre a Bologna, con una tesi sulla  costruzione dell’arte come universale culturale. Al momento collaboro con la  cattedra di Estetica dell’Università di Bologna, facendo qualche sortita al  liceo “Santa Umilità” di Faenza, per seguire alcuni progetti di filosofia".  

 

Tra le scoperte più recenti di TiV, EURONIGHT 234, un bel racconto di Andrea Mazzolini, ingegnere elettronico che si diletta di letteratura. Il suo incontro-sogno di ambientazione ferroviaria si trova a questo indirizzo:  http://raccontidiquasiamore.wordpress.com/euronight-234/  .

Buona lettura e Auguri ad Andrea 


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