sabato 4 settembre 2010    Registrazione  •  Login
 
   
 
   
   
   
 
 
 Il Racconto Riduci
E lì, seduto, con gli occhi pieni di sonno, la testa carica di treno, le membra intorpidite e sfrante dallo squassamento massacrante di diecimila chilometri di rotaie già percorsi, vidi, molto prima di arrivare a Zha lan Tun, per la prima volta la Cina, e fu come l’avevo immaginata (fatto raro che di solito non accade, e tanto più raro in quanto era un inganno). Fuori dal finestrino scorreva una Cina che di lì a poco scomparve quasi per sempre: non vera, una specie di Cina della pittura.
Nuvolette di nebbia candida sostavano a mezz’aria, ricoprendo morbidamente non grandi vallette chiuse in un gioco di quinte da montagnole rocciose, aride ma molto colorate, che si rivelavano prospetticamente man mano che il treno scivolava lungo le sponde di un fiume non grande ma come fermo, cristallizzato. Quella nebbia leggera s’andava man mano diradando rivelando la luce, la serenità celeste dell’aria e un terreno con molti toni di verde, di bruno e di marrone, ricoperto qua e là da alberi da frutto. Il sole scintillava nelle foglie che s’andavano asciugando nella brina…’la stagione della brina fredda’, secondo il calendario cinese dettagliatamente agricolo, pur essendo appena cominciato Settembre. Ma in quelle zone della Manciuria era già un miracolo (miracolo cinese) se non c’era più la gelida steppa siberiana di qualche ora prima. Ma anche questo miracolo, questo incanto più letterario che reale durò poco. Già poco prima di Zha Lan Tun cominciò la pianura mancese e l’ossessione del piano, del piatto, dell’infinito orizzontale che non mi avrebbe più abbandonato per tutta la Cina che ho potuto vedere. Per trovare qualcosa di verticale era più conveniente per gli occhi cercare dentro, all’interno della carrozza-ristorante dove almeno lo sguardo trovava un confine nelle pareti tremolanti, nelle tendine bianche ai finestrini, che i cinesi continuamente richiudevano quando io le aprivo per guardare fuori, quasi a farmi un favore, giustamente non comprendendo come si potesse avere il desiderio di farsi venire il mal di mare, mal d’oceano, il mal di Manciuria. No, per loro non c’era niente da guardare fuori, anzi l’esterno andava chiuso, evitato.
Non ho mai visto un cinese guardare fuori da un finestrino per più di qualche secondo. Anche Bashir non guardava mai fuori. Ma lui, studente che doveva fare due volte l’anno tutta quella Manciuria per andare da casa a scuola e da scuola a casa, ne aveva fin troppo di quel paesaggio.  Preferiva guardare attentamente i due finlandesi con cui stava sempre al ristorante, divorandoseli con gli occhi, intento nel duro lavoro di comprendere il più possibile come sono fatti due studenti occidentali, lui che il loro mondo probabilmente non l’avrebbe visto mai, che poteva soltanto immaginarlo.
 
E’ con questo brano tratto dal libro In Transiberiana, di Angelo Maria Pellegrino, Stampa Alternativa, 1991, Pagg. 37-39 che inauguriamo la sezione Il Racconto di Treni in Viaggio.
Alle pagine che ormai fanno parte della letteratura vorremmo però alternare i racconti di voi lettori. Scriveteci seguendo le istruzioni che trovate nella sezione Redazione/Collabora.

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